Midda's Chronicles - il Diario

sabato 21 febbraio 2009

Intervista a Monica Manacorda


C
ome promesso, eccomi alla prima di quella che spero essere una lunga serie di piacevoli chiacchierate in compagnia di vari autori del panorama italiano.
Lasciando a riflettori ben più luminosi di questo semplice spazietto l'occasione di intervistare grandi nomi, mi dedicherò ad autori meno noti, se non addirittura esordienti, laddove essi riescano a giungere alle mie rapaci grinfie...
Per inaugurare questo appuntamento stocastico, per il quale non potrei mai promettere alcun genere di regolarità, quale ostia sacrificale, ha accettato il mio invito Monica Manacorda, autrice di "Un uomo senza importanza", volume prossimamente in vendita.
Buona lettura...


Sean – Buonasera...
Seduto virtualmente e comodamente, più virtualmente che comodamente, in un luminoso salotto dotato di un comodo divano bianco, sono in compagnia di Monica Manacorda, autrice italiana che, a breve, esordirà nel meraviglioso mondo dell'editoria con il primo libro.
Innanzitutto grazie per aver accettato il mio invito ed avermi concesso questa esclusiva possibilità di intervista.

Monica – Prego.

Sean – Devo ammettere di essere stato in dubbio sui termini da adoperare in quanto ho appena detto: se da un lato, infatti, non ci sono dubbi sul ruolo di "autrice" per la nostra brava Monica, dall'altro il termine "esordirà" può creare una certa ambiguità.
Se tu dovessi presentare te stessa, nel tuo rapporto con la scrittura, cosa diresti?

Monica – Beh, come dire?
La scrittura è sempre stata una parte di me. Essendo sempre stata, fin dalla più tenera età, una persona silenziosa e molto chiusa, la scrittura ha sempre rappresentato per me quel mezzo con cui poter esprimere idee, sensazioni, sentimenti che non riuscivo ad esprimere con le parole.
Inoltre ho sempre avuto la sensazione, che persiste tuttora, di essere sempre un peso, di essere fuori posto. La scrittura quindi era ed è quindi un modo, forse egocentrico, di sentirmi bene con me stessa e con il mondo

Sean – Un esordio, quindi, ben lontano dal poter essere considerato un battesimo, al contrario di molti giovani autori che con la propria prima opera si ritrovano protagonisti delle cronache, a ragione o a torto. Ma questo tema lo riprenderemo più avanti.
In merito a quanto hai appena detto, non posso esimermi da porre una domanda retorica: vivere per scrivere o scrivere per vivere? In quale di queste due definizioni ti senti maggiormente riflessa?

Monica – Credo nessuna delle due.
Non vivo per scrivere, ma non scrivo nemmeno per vivere. La scrittura è solo un mezzo con il quale riesco a sentirmi bene, a sentirmi me stessa, ad esprimere al meglio i miei pensieri e le mie opinioni.

Sean – Mmm... a costo di sfondare nella filosofia non posso che essere spronato da queste tue affermazioni: cosa ritieni "vita" nel momento in cui neghi un rapporto diretto fra la tua scrittura e la tua vita ma, successivamente, sottolinei ancora come la scrittura sia capace di porti a contatto con te stessa? Con il tuo "io interiore" se ho ben compreso le tue parole...

Monica – Riesce a tirare fuori quel vero io che, nella vita reale, esce con difficoltà anche a causa della mia timidezza.

Sean – E quindi, scusa se insisto, non si potrebbe considerare una vita più autentica quella che riesci ad ottenere anche per mezzo della tua passione, della tua arte? Non desidero porti in imbarazzo con questa digressione ma solo comprendere meglio le tue parole...

Monica – La scrittura è fiction.
Può assomigliare molto alla realtà, alla vita vissuta, ma è comunque e sempre fiction. Anche le autobiografie sono romanzate. Non è vita vera. E' solo mezzo, come ho detto, per esprimere al meglio quelle idee e quei sentimenti che nella vita vera, con la voce, non riesco ad esprimere appieno.

Sean – Credo di essermi espresso in maniera poco chiara e di questo mi scuso. Non era mia intenzione indicare una qualche "vita" all'interno del libro.... quanto ricercare un'ipotetica maggiore consapevolezza sulla vita, e in conseguenza una possibilità di vivere in maniera più piena, anche per merito della scrittura e di ciò che essa ti dona.
Comunque torniamo a tematiche meno filosofiche e più reali... dovevo creare un clima colloquiale e mi sono messo a riflettere sui massimi sistemi dell'universo! Che frana... eheheh...

Monica – Non è un problema. Certo, con la scrittura riesco ad avere una maggiore consapevolezza della vita e dei miei pensieri, anche se la mia vera vita non si confonde con la vita romanzata

Sean – Ottimo, sarebbe decisamente grave il contrario, direi!
Ed a tal riguardo: quali sono i generi letterari nei quali solitamente cerchi di spingerti nella tua attività di scrittrice?

Monica – Guarda nel corso degli anni ho toccato più di un genere letterario.
All'inizio ero molto attratta dall'horror e dal genere gotico in generale. Riusciva a darmi la spinta, le emozioni e le sensazioni di cui avevo bisogno. Un brivido lungo la schiena che mi piaceva.
Maturando, ho cominciato ad affacciarmi ad altri generi: il poliziesco, anche se con risultati disastrosi, e il più generalmente conosciuto genere chiamato semplicemente "narrativa".

Sean – Una carriera decisamente variegata, pertanto, che conferma le mie parole iniziali, proponendo fra l'altro un vero e proprio percorso di formazione artistica che attraversa diversi periodi della tua vita in un parallelo con molti artisti di ogni genere... Picasso per esempio, con i suoi diversi periodi.
Devo ammettere che, maliziosamente come la maggior parte degli intervistatori, ovviamente conoscevo già la risposta a questa domanda, essendo, non lo nego, un tuo appassionato lettore da parecchio tempo. In particolare, come anche tu sai, non ho mai celato una certa predilezione per quello che tu consideri il tuo periodo horror/gotico e, cogliendo l'occasione, non posso evitare che puntare un po' l'attenzione anche su questa produzione che troppe volte ti ho sentito considerare... mmm... dimmi, come consideri i racconti di quel periodo, riguardandoli oggi con un inevitabile nuovo sguardo?

Monica – Ti dirò la verità: sono racconti molto immaturi, dai quali traspare uno stile ancora acerbo e troppo legato alla narrativa classica, per non dire scolastica da tema. Un uso troppo canonico dei vocaboli, delle pause, dei dialoghi, che allontana il tutto dalla realtà, facendo trasparire il fatto che si tratti di fiction.
Ma da un altro lato vedo in quei lavoro immaturi uno slancio di fantasia, di entusiasmo di libertà che difficilmente riesco a trovare ora.

Sean – In che senso, se mi posso permettere?

Monica – Ecco quei racconti imperfetti fanno trasparire un qualcosa, uno slancio, un'ispirazione che purtroppo adesso come adesso non sento più. troppo attaccata allo stile, all'effetto, alla volontà di fare qualcosa di "innovativo" sapendo bene che l'innovazione non esiste più.
Ecco, dovrei imparare da quei racconti scritti da un'adolescente sognatrice. Imparare a scrivere con il cuore, non solo con il cervello.

Sean – Dove la scrittura, difficilmente, riesce ad influenzare la vita ma, inevitabilmente, viene influenzata dalla vita... è giusto ipotizzare che questo tuo cambio di stile, questo tuo diverso modo di porti nei confronti della scrittura, che pur non ti soddisfa pienamente, possa essere conseguenza di diverso modo di intendere l'arte stessa? Ciò che prima era semplicemente una passione ora è per caso di divenuta... altro?

Monica – Può anche darsi.
Anzi, sicuramente.
Troppo spesso mi sono fatta ingiustamente influenzare da giudizi esterni, da persone che mi dicevano come doveva essere scritto un romanzo. ma parliamoci chiaramente: non esistono delle regole fisse su come si scrive un romanzo o un racconto! Tutto dipende da una sola cosa: la volontà di dire qualcosa, e non importa come. E' questo spirito che sto cercando di ritrovare...

Sean – E qui arriviamo finalmente al tema iniziale... ossia il tuo esordio editoriale: è corretto definirlo in questo modo?

Monica – Guarda esiste sempre una prima volta.
E se questa "prima volta" la vogliamo chiamare esordio...ebbene credo sia giusto definirlo in questo modo

Sean – La prima volta è senza dubbio quella che lascia un segno: che sia la migliore, che sia la peggiore, offre emozioni che mai si potranno dimenticare.
Per questa tua prima volta, in campo editoriale si intende, quale opera hai scelto fra le tante della tua produzione?

Monica – Ho scelto un'opera che scrissi circa tre anni fa e che considero per il momento più adatta a questo tentativo editoriale. Il suo titolo è "Un uomo senza importanza", ed è un'opera che mi coinvolge più da vicino visto che il protagonista si ispira ad una persona che io realmente conosco.

Sean – Un titolo senza dubbio interessante ma non credo che sia per la scelta del medesimo, comunque di rilievo in campo editoriale in un mondo dove spesso la prima impressione è quella che conta, ad averti spinto a considerarlo quale il più adatto ad essere immortalato con inchiostro nero su carta bianca.... quali ragioni, pertanto, ti hanno spinta in una simile direzione?

Monica – Ecco, lo considero il mio racconto più originale e divertente.
Nonché il meglio riuscito... per ora.

Sean – Il "per ora" è assolutamente d'obbligo, nell'augurarti la più lunga e prolifica carriera editoriale che si possa immaginare.
Ma torniamo ad "Un uomo senza importanza" e partiamo proprio dal titolo: in quale accezione è da intendersi tale presentazione? In fondo, intrinseca nella lingua italiana è la meravigliosa capacità di esprimere il tutto ed il contrario di tutto con le medesime parole...

Monica – Allora il titolo è semplice: il protagonista è un uomo comune, che cerca in tutti i modi di essere felice, che vive a volte di stereotipi e di sogni, di pensieri banali e riflessioni profonde. Un dejà vu, uno tra la folla. Appunto, senza importanza…

Sean – Una denuncia, un ammonimento, una critica o, addirittura, un'autocritica? Tutte da intendersi in senso costruttivo, ovviamente...

Monica – Mah… io non la definirei una critica, ma solo un modo senza veli per esprimere la società di oggi.
Angelo, il protagonista, è un moderno Fantozzi, che sopravvive in un mondo di lupi in cui bisogna sgomitare per farsi strada e non sempre si riesce. Un uomo con tanta voglia di migliorare ma senza mezzi...

Sean – E la critica, ritengo, è da intendersi rivolta ai modi con cui desidera raggiungere il suo scopo ancor prima che alla volontà di migliorarsi, è corretto?

Monica – Diciamo che è più o meno così. Cerca in tutti i modi di migliorarsi ma non fa altro che ricadere sempre negli stessi errori

Sean – Dimmi... è sbagliato ritenere come questo protagonista, Angelo, rappresenti ciò che ognuno di noi può temere di diventare nell'odierna società?

Monica – Credo che in ognuno di noi ci sia un po’ di Angelo. Anche se molti vi si avvicinano molto mentre altri cercano di allontanarlo. Diciamo, in un certo senso, che Angelo potrebbe in un certo senso anche rappresentare una sorta di nemesi, di alter ego, di mediocre che ognuno può diventare.
Ma “temere”... non saprei. Chi teme di diventare come lui, a mio dire, non lo diventerà mai.

Sean – Poco fa hai espresso un parallelo con Fantozzi.
Un confronto importante, un ruolo importante senza dubbio quello di cui, forse inconsciamente, hai fatto tuo: pochi possono infatti mettere in dubbio come, soprattutto nel primo film, quand'ancora il desiderio di guadagno nello sfruttare il successo del medesimo non aveva preso il sopravvento sulle ragioni d'essere di tale parabola moderna, vi sia in Fantozzi una sicuramente grottesca ma altrettanto sicuramente sincera ed autocritica analisi sociale, di quel mondo quotidiano lontano forse dalla bellezza perfetta di una fantasia e, troppo spesso, formata di tante piccoli ma assolutamente umani limiti.
A questo punto, pertanto, non posso evitare di proporti una domanda: quanto ed in cosa ritieni sia cambiata la società dal 1975, anno di uscita del primo film di Fantozzi, al 2005/6, anno in cui se non erro i conti hai dato vita alla tua opera?

Monica – Molto è cambiato. La società stessa è cambiata. Il modo di pensare e di vivere sono cambiati.
Angelo è la rappresentazione moderna del mediocre del XXI secolo, che lotta con un mondo di precari e dove apparire è molto più importante che essere. Dove le relazioni tra i sessi sono nettamente cambiate ma dove sostanzialmente è rimasto immutata una cosa: il servilismo e l'opportunismo.

Sean – Dal tuo punto di vista, questo cambiamento praticamente completo, nella società e nelle persone, è da interpretarsi in senso positivo, a migliorarsi, o in senso negativo, a peggiorarsi?

Monica – In tutte e due i sensi. Sotto alcuni aspetti si è migliorati, sotto altri purtroppo si è nettamente peggiorati. Nel 1975 esisteva una genuinità che oggi purtroppo è scomparsa.

Sean – Potresti essere più esplicita, per favore? Anche ricorrendo ad un esempio se preferisci...

Monica – Come dire? Ecco prendiamo come esempio la televisione. I programmi televisivi esprimono al meglio il cambiamento della società. Se noi guardiamo indietro nel tempo notiamo quanto questi siano passati da il più possibile istruttivi e comunque non volgari, al massimo della volgarità, della vacuità e dell'inutilità. Ora contano solo le tette rifatte, il grande fratello, il gossip più sfrenato.
Ecco tutto questo ha sicuramente contribuito a negativizzare la società odierna in cui Angelo si dibatte.

Sean – Sebbene personalmente le mie opinioni non si pongano lontane dalle tue, nel ruolo di conduttore di questa serata credo di avere il dovere di spingermi anche ad assumermi l'onere di avvocato del diavolo.
Per questo mi pongo, e ti pongo, un dubbio partendo da queste tue ultime parole: la società è davvero in declino, salvo alcune eccezioni da te prima accennate e su cui intendo ritornare a breve, oppure vi è, nell'animo umano, un'intrinseca nostalgia per "i bei tempi andati", ricordando sempre il passato con una nota positiva allorquando essa non avrebbe ragion d'essere?
Casualmente, ad esempio, non posso fare a meno di pensare come proprio negli anni in cui in Italia debuttava Fantozzi, in USA un'altra serie, questa volta televisiva, aveva il proprio esordio, nel riportare all'attenzione di un popolo americano decisamente disilluso l'epoca d'oro degli anni '50... Happy Days.

Monica – Guada ti dirò... la società non è più o meno in declino di trent'anni fa. Sono solo cambiati i gusti e, naturalmente, le modalità.
Certo guardare ai bei tempi andati è bello ma soltanto guardando al futuro si può migliorare. Ma, come tu ben sai, è molto meglio dire "si stava meglio quando si stava peggio" che rimboccarsi le maniche e far qualcosa.

Sean – A tal proposito: quali aspetti ritieni migliorati nella società di Angelo rispetto a quella di Fantozzi?

Monica – Come ho detto sopra ai tempi di Fantozzi c'era più genuinità di adesso, si tendeva ad apparire di meno e ad essere di più. Cosa è migliorato? Forse c'è più libertà di pensiero e di costume.

Sean – Parlando di libertà di pensiero e di costume, per quanto possa sembrare scontato, non posso che pensare al Festival di San Remo in corso in questi giorni ed alla canzone di Povia "Luca era gay", tanto discussa nel bene o nel male.
Al di là di quelle che potrebbero essere le tue opinioni personali sull'argomento e sulla canzone in particolare, l'esistenza di troppi dibattiti in contrasto o in supporto ad una canzone, non ritieni siano sintomatici di una libertà di pensiero e di costume ancora tutt'altro che realmente tale? In questo caso ovviamente in riferimento a tematiche quali la sessualità... ma è giusto un esempio come avrei potuto farne altri...

Monica – Diciamo che la società è patologicamente attaccata alla discussione su quei "tabù" che tabù non sono più ma che per la società sono ancora tali.
Mi ricollego al discorso di prima riguardo al gossip. Quando la propria vita non esiste, ma è una mera esistenza non si fa altro che entrare in un loop di gossip e luoghi comuni.
A questo merito mi viene in mente la canzone di De André "Bocca di Rosa".

Sean – E, tornando alla tua opera, queste tematiche sociali immagino che, esplicitamente o implicitamente, non manchino di emergere in esso.... è corretto?

Monica – Quello che emerge da "Un uomo senza importanza" è la vacuità della società, una critica ai luoghi comuni e all'incapacità di migliorarsi, girando sempre su se stessi, come un cane che si morde la coda.

Sean – Bene... credo di aver approfittato della tua disponibilità anche troppo a lungo.
Permettimi però di insistere ancora con un ultimo argomento, che non riesco ad evitare di ritenere interessante. "Un uomo senza importanza", di prossima pubblicazione, vedrà la luce grazie al servizio di self publishing offerto da Lulu.com.
Questa scelta, il voto a favore dell'autopubblicazioni, quali ragioni vede come proprie?

Monica – Allora... è semplice.
Gli editori pubblicano solo ciò che loro ritengono commerciabile. Non importa se il romanzo è un capolavoro o una ciofeca. Se fa pubblicare è buono. Vedasi i vari libri spazzatura che vengono spesso pubblicati.
Lulu.com permette a tutti quelli che non potrebbero trovare spazio nell'editoria tradizionale di pubblicare i propri lavori, di farsi conoscere al mondo senza essere a tutti i costi delle "galline dalle uova d'oro" ma semplici appassionati che amano scrivere per il puro piacere di farlo.

Sean – E' giusto quindi considerare la tua scelta quale una presa di posizione in favore dell'autopubblicazione, per ragioni di principio ancor prima che, come potrebbero pensare dei malfidenti, una soluzione di ripiego in conseguenza ad un'impossibilità a pubblicare con un editore tradizionale... o erro?

Monica – Direi di si... e poi, se vogliamo anche soddisfare i malfidenti, anche perché c'è la possibilità concreta di poter guadagnare di più che attraverso i mezzi tradizionali.

Sean – Eheheheh... ed è giusto anche questo!
Con questo penso di averti trattenuta a sufficienza ma, prima di liberarti concedimi solo un'ultima richiesta: pensi che sarà possibile tornare a sentirci con un altra intervista in concomitanza alla pubblicazione?

Monica – Sì, certo… perché no?

Sean – Ed allora, ringraziandoti per la tua pazienza e la tua disponibilità, non posso che dare a tutti appuntamento a quel gradito momento, attendendolo con vivo interesse.
Buonanotte a tutti... e arrivederci alla prossima intervista!

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Qui si sta esagerando :-P Sono lusingata :-)

Sean MacMalcom ha detto...

@Anonimo: Err... parafrasando la sigla di CSI... "Who are you? Who? Who?"
^_^"""